LA GIUSTIZIA È UNA COSA SERIA

LA GIUSTIZIA È UNA COSA SERIA
Contrordine, compagni: i processi penali tornano in Aula (per fortuna) ed i giudici civili pure, anche se magari soltanto per apparire in videoconferenza dall’interno del Tribunale, invece che della propria casa.
Anzi, i giudici civili forse no: è cominciato un fuoco di sbarramento per cercare di impedirlo, e siccome a pensar male si fa peccato ma, si sa, spesso si indovina, non è difficile intuire i termini dello scambio che già si profila all’orizzonte.
Si invoca la tutela della salute, che è sacrosanta, ma che avrei dato per scontato fosse garantita, visto che persino nel periodo critico lì c’era un presidio di personale di cancelleria, e di pubblica sicurezza: carne da macello?
La rivendicazione sindacale, come sempre, ha trovato una giustificazione dogmatica: perché i processi amministrativi o le verifiche del passivo si potrebbero fare da casa, ed i giudizi civili no?
Il paragone non ha senso, perché processi amministrativi e verifiche del passivo coinvolgono parti pubbliche, che hanno l’obbligo di imparzialità, e quindi è evidente che il contrasto è attenuato, e può essere governato anche attraverso lo schermo di un computer posto all’interno di una abitazione: del resto, quante volte avete visto le parti interrogate dal giudice, dinnanzi al Tar o al Consiglio di Stato?
Ma la verità è che nel processi civili il contraddittorio di udienza non è frequente (e quindi una parte significativa di quei giudizi possono essere trattati per iscritto) ma, quando c’è, è ben più serrato persino di quanto non accada nel processo penale, dove esiste una parte pubblica che deve (o dovrebbe) chiedere la assoluzione, se si convince delle ragioni dell’imputato. Ed un contraddittorio orale serrato non può essere filtrato dallo schermo di un computer, e dai suoi tempi.
Spiace, di questo dibattito, l’ipocrisia: si finge di discutere di una fase due la cui durata, prevista in un paio di mesi scarsi, non giustificherebbe il confronto, ma in realtà tutti sanno che stiamo parlando di un colpo di mano sulla giustizia.
L’emergenza ha aiutato, tra gli altri, chi vuole cercare di introdurre di soppiatto un nuovo modo di amministrare la giustizia, che probabilmente è più comodo, ma che non avrebbe mai trovato consenso, in tempi normali: la paura, è un alleato tanto potente da poter sopraffare persino il senso di giustizia.
Più comodo, diciamolo con franchezza, non più efficiente, perché lo sanno tutti che in videoconferenza la trattazione è anche più lenta, e quindi di processi se ne faranno meno, e dureranno di più: e non è un caso, infatti, se molti di quei giudici civili che i processi li fanno per davvero si sono dichiarati contrari, contrarissimi. Chi cercherà di introdurre un sistema che rallenta i processi civili, se ne assumerà la responsabilita’.
E per questo, chiedere ai magistrati di andarle a fare dal Tribunale, quelle videoconferenze, equivale ad affossarle: venuta meno la comodità, chi vorrà farle più?
È più comodo, indubbiamente, amministrare la giustizia da casa propria: ma e’ amministrare la giustizia, quel che si fa dal tinello di casa propria, tra una pentola che borbotta sul fuoco ed un pupo che frigna? Sarà convinto di avere trovato giustizia, il cittadino che riceverà la sua sentenza dopo aver visto il giudice trattare il suo caso dall’interno della propria abitazione, magari in abiti da riposo?
L’esperienza di questi due mesi di videoconferenze, su questo ultimo punto, non induce all’ottimismo: volti non rasati, pullover variopinti, atteggiamenti informali.
Ma il decoro è un fatto privato, la dignità una faccenda pubblica: ed è solo un’Aula di Giustizia che attribuisce ad un laureato in legge la dignità di un Tribunale. È solo un’Aula di Giustizia che trasforma una persona in un simbolo universale dello Stato.
Il Tribunale, duemila anni fa, venne definito da un greco “incorruttibile dal denaro, venerando, inflessibile, presidio della terra”: lo percepirà così, chi vedrà il giudice trattare il suo caso nella intimità della propria abitazione?
Io credo di no. E credo anche che stiamo correndo un rischio che va ben oltre lo scontro personale, e che non ci possiamo permettere: rischiamo che i cittadini comincino a contestare non solo il contenuto delle decisioni a loro sfavorevoli, ma la legittimazione di chi le ha emesse, e la giustizia dei loro processi. L’ultima parola, l’avrà la Corte costituzionale.
Un sistema giudiziario si regge sulla sua capacità di persuasione, non sulla forza: se viene meno quella, il sistema non funzionerà più.
Per questo, io spero che, in quei (rari) casi in cui l’udienza civile si dovrà fare davvero, in questi due mesi, i giudici vadano a farla in quel Tribunale che è il luogo del loro lavoro, come hanno fatto e faranno tutti gli altri lavoratori: il loro sacrificio farà guadagnare in dignità quel che avranno perso in comodità.
E spero che, in quei rari casi in cui quella udienza sarà davvero necessaria, vorranno consentire anche a me di farla di persona: adotteremo insieme le precauzioni necessarie, ed insieme faremo giustizia. Non si può pensare di riaprire ristoranti e stabilimenti balneari, e tenere chiusi i Tribunali: è venuto il momento di riaprire.
Avv. Antonio de Notaristefani
Presidente dell’Unione Nazionale delle Camere Civili